Ieri sera sono stata a vedere "Il club antioccupazione delle nonnine infuriate" al Fronte del Porto Filmclub. Devo dire che la serata è stata proprio intensa. E’ stato un percorso attraverso il passato dell’Olocausto degli ebrei, che è patrimonio comune anche a queste nonnine infuriate israeliane, nonostante loro non fossero più in Europa all’epoca, e lungo la storia fino alle ingiustizie del presente patite dal popolo palestinese a causa dell’occupazione perpetrata dal popolo vittima della storia che ha preso le parti del carnefice.
Vi consiglio di andare a dare un’occhiata anche alla mostra "Ninfe inquiete" di Loris Bozzato, che si trova all’entrata del cinema e che non c’entrava col tema del giorno della memoria, ma quest’artista ha una sua originalità fumettistica e dipinge su legno. Al Fronte del Porto sono esposte anche alcune foto della mostra “Luoghi della Memoria: Trieste, Risiera di San Sabba” di Bruno Maran e il fotografo ha presentato anche otto lunghi minuti di riprese video da queste foto della risiera, con un sottofondo musicale che ha reso vivido il dramma degli ebrei e delle varie categorie ritenute dissidenti dal regime nazista, che qui hanno trovato la morte perchè si tratta dell’unico forno crematorio ora in territorio italiano (ma allora Trieste era parte del Reich). La risiera è oggi museo. Vederlo ed immaginare quello che vi è accaduto trasmette un senso di assurdità: ma come, aver eliminato tante persone a quel modo? E’ inumano...
Il docufilm delle nonnine si incentra su tre o quattro di loro. La loro storia risale a prima della fondazione di Israele, quando con le famiglie arrivarono dalla Polonia o dall’est Europa in Palestina. Una di loro ha pure fatto un servizio militare nell’Haganah quand’era proprio giovane e ancora si sente in colpa per quello che il sionismo, ideale che permeava quest’organizzazione, ha generato poi e anche per avere ucciso un uomo, seppur non indifeso, per autodifesa. Racconta di non averci dormito per molte notti e lo dice con un viso che sembra di ragazzina coinvolta in qualcosa che non sapeva l’avrebbe costretta a questo.
L’Haganah, all’inizio, era una specie di gruppo di guardiani che difendevano i contadini ebrei dalle aggressioni dei palestinesi. Ma poi, in seguito ai moti arabi in Palestina del 1929, dove morirono 133 ebrei e 116 palestinesi e gli ebrei furono cacciati da Hebron, divenne un esercito con armi sofisticate e fondò la Polizia degli Insediamenti Ebraici e speciali squadroni notturni. Da questa formazione è nato poi l’Irgun Zvai-Leumi ("Organizzazione Nazionale Militare") e da questi poi la Banda Stern, contrarie alla gestione britannica. L’Irgun e la banda Stern usavano metodi terroristici e hanno favorito l’immigrazione clandestina di ebrei, quando i britannici decisero di limitarla per i danni che questi gruppi stavano arrecando ai palestinesi.
Le nonnine hanno tutte circa 85 anni ed ogni venerdì si trovano a manifestare in vestiti neri contro l’occupazione a Tel Aviv. Hava, la nonnina del manifesto, segue le famiglie dei prigionieri politici, particolarmente quando le arrestate sono donne, e manifesta con le famiglie davanti alle carceri. Passa i checkpoint per andare sola a raggiungere queste famiglie a Ramallah e nessun palestinese ha mai pensato che, in quanto ebrea, gli fosse nemica, nessuno le ha mai fatto del male, racconta. Il sabato Pnina Feiler, la nonnina che era presente in sala, si reca nei territori occupati con alcune cliniche mobili di Physicians for Human Rights. Un’altra loro amica si è presa varie lauree e a 60 anni si è laureata in legge per difendere i detenuti amministrativi palestinesi davanti ai tribunali israeliani. Racconta alla regista tedesca del film, Iwajla Klinke, che è stato come iniziare una nuova vita, appassionante ed utile, perchè sembra che questo tipo di detenzione senza tutele legali diventi arbitrariamente più numerosa nei periodi in cui in Israele c’è tensione e ci sia carenza di avvocati.
Raccontavano anche di aver vissuto momenti intensi nei raduni della Gioventù Comunista all’estero, quando hanno deciso di adottare insieme le bandiere ebrea e palestinese nelle sfilate, o quando si sono sentiti respinti dai compagni per quel che il loro stato stava facendo ai palestinesi. Una di loro osserva come per loro fosse naturale non conoscere l’arabo, nonostante nel partito ci fossero molti palestinesi e fosse dato per scontato che loro conoscessero la lingua dell’occupante. Un palestinese esasperato ha detto a una di loro di non poter pagare per quello che gli europei hanno fatto agli ebrei, che pretendevano una sorta di trattamento speciale, una continua comprensione che giustificasse le loro mancanze. Ora molte delle nonnine parlano arabo e raccontano il loro percorso di progressiva consapevolezza dell’ingiustizia e la volontà di fare qualcosa... non importa se si manifesta da decine di anni e si è solo 10, o 100, dicono... poi si diventerà migliaia,
Mi ha colpito l’umanità di queste anziane donne, la loro determinazione, nonostante le evidenti difficoltà fisiche dovute all’età, e la loro capacità di reagire con coraggio e calma alle offese dei nazionalisti, che le chiamano traditrici della patria o, ancor peggio, puttane, perchè manifestavano il venerdì, invece di stare a casa a preparare il cibo per il sabato ebraico.
Mi ha colpito molto che Pnina abbia dichiarato di essersi sentita triste, arrabbiata e depressa per tre settimane durante l’attacco israeliano contro Gaza. Anch’io sentivo un malessere del genere. E’ bello rispecchiarsi nei sentimenti di altre donne di ogni età e che vengono da lontano e da culture differenti.
La soluzione per la crisi israelo-palestinese in cui credono è il dialogo col vicino, anche quando questi è rappresentato da Hamas, poichè definire l’altro terrorista serve solo a giustificare violenza che genera ulteriore rabbia e violenza.
Mi ha anche colpito molto la capacità di sorridere e di godere delle piccole cose, di queste donne, il loro scherzare con il compagno (un tipo proprio divertente) e di prendersi cura di tutti i gatti che hanno fame, portando il loro cibo insieme al cane, dimostrando nei fatti che anche la pace più improbabile può essere possibile, se si ragiona con la testa ma anche con il cuore.