Sì all’uguaglianza di genere a livello europeo ma in casa propria?

indexOggi 10 marzo 2015 è stata approvata dal Parlamento Europeo la Risoluzione Tabarella sull’uguaglianza di genere. Un importante passo avanti per la storia delle donne, anche se non tutte le donne europee potranno accedere “agevolmente” ai propri diritti.

La relazione è stata curata dall’eurodeputato belga Marc Tabarella, per chiedere un miglioramento delle politiche per una effettiva parità tra uomini e donne. Partendo dalla situazione dell’anno 2013 si propone una riduzione del divario retributivo; il miglioramento dell’equilibrio tra lavoro e vita privata; la necessità di un congedo di paternità retribuito e la lotta contro la violenza sulle donne.

La Risoluzione Tabarella è stata approvata con 441 sì e 205 no. La relazione parla non solo di parità uomo e donna, ma anche di garantire i diritti delle donne attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’interruzione di gravidanza: “insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto e che sostiene pertanto le misure e le azioni volte a migliorare l’accesso delle donne ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e che invita gli Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva”.

Questa sezione sul diritto alla salute sessuale e riproduttiva delle donne ha rappresentato la parte più controversa del documento, sollevando numerose polemiche nei giorni scorsi e che è passata oggi solo mediante un emendamento del Ppe (Partito Popolare Europeo), votato anche da vari esponenti del Pd. L’emendamento inserisce, nella suddetta relazione, la sottolineatura che la legislazione sulla riproduzione è di competenza nazionale. Ciò significa che ogni paese è autorizzato ad attuare delle politiche indipendenti e questo comporterà il fatto che le donne europee continueranno ad avere diritti diversi a seconda del paese e della politica.

E noi in Italia come siamo messe? Lo spiega bene il gruppo Womenareurope “Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali, accogliendo il ricorso presentato da LAIGA e IPPF (ricorso n. 87/2012) ha condannato l’Italia proprio perché non garantisce il diritto alla salute delle donne, sostenendo che l’obiezione di coscienza non può rappresentare un ostacolo al suo pieno raggiungimento. Tale drammatica situazione è causata dalla stessa L.194, la quale tutela all’art. 9 la possibilità per il personale sanitario di avvalersi dell’obiezione di coscienza in materia d’interruzione di gravidanza. Gli obiettori, paradossalmente, sono tutelati dalla legge a disubbidire alla stessa. Il legislatore all’art. 9 non fissa alcun parametro, non indica una soglia d’allarme, ammette l’obiezione senza chiedere nulla in cambio, per cui medici e personale sanitario possono rifiutarsi di eseguire aborti senza dover prestare alcun servizio supplementare. Il risultato è una situazione illogica. Le conseguenze si misurano in termini di perdita di libertà e rischio per la salute delle donne, costrette a spostarsi di regione in regione alla ricerca di un medico non obiettore o indotte a ricorrere alle cliniche private”

Questo ci fa comprendere come l‘uguaglianza e il diritto di decidere siano ben lontani dall’essere garantiti a tutte le donne e noi qui in Italia come in altri paesi dovremmo lottare unite affinché questa libertà di scelta e di autodeterminazione venga garantita a tutte.

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