Economia dell’abbastanza. Gestire l’economia come se del futuro ci importasse qualcosa di Diane Coyle

economia dell'abbastanzaFare sacrifici, ma per ottenere cosa? Gli scenari che si vanno configurando per l’Italia, come per gran parte del mondo che fino a oggi abbiamo definito “ricco”, sono caratterizzati da politiche di rigore fiscale e austerità nelle spese e nei consumi. Quando va bene. Ma più spesso si parla di sacrifici da “lacrime e sangue”. Come è possibile dare un senso a queste prospettive? Cosa le può rendere accettabili? Il cambiamento più urgente e importante, sostiene l’autrice, è iniziare a pensare al futuro. Se per le crisi in atto (economica, finanziaria, ambientale) si volesse cercare un tratto d’origine in comune, lo si potrebbe con certezza identificare nell’incredibile disprezzo per il domani, che emerge in modo clamoroso soprattutto se si guarda a come viene gestita l’economia. Crearne una sostenibile, in cui tutti abbiano il necessario senza compromettere il futuro, non sarà facile. In “Economia dell’abbastanza”, Diane Coyle avvia una profonda riflessione su come si possa dare inizio a questo cambiamento e su quali siano i primi passi da fare. Una guida fondamentale per affrontare i prossimi, durissimi, anni.

 

Quest’anno l’Earth Overshoot Day è stato il 19 agosto e da quel giorno stiamo consumando le risorse del 2015. Questo libro vorrebbe, dice la Coyle, far sì che le politiche dei governi e le azioni degli individui e delle imprese private siano più utili a tutti nel lungo termine in modo che le conquiste del presente non siano raggiunte a spese del futuro. Tratta di come gestire l’economia tenendo in considerazione il futuro, vale a dire anche come evitare che l’Earth Overshoot Day anticipi di anno in anno.

E’ di questi giorni la notizia che Stati Uniti e Cina, i due paesi che inquinano di più l’atmosfera, si sono impegnati a ridurre sensibilmente le loro emissioni nei prossimi 15 anni. È un accordo definito “storico”, ma chi vivrà vedrà, ci troveremo a parlarne tra 15 anni e forse niente sarà cambiato. La maggior parte di noi è più preoccupata di fare le cose ammesse dalla legge, che quelle che sono giuste, e questo andazzo va a braccetto con le autorità che sappiamo essere vulnerabili alle pressioni delle lobby.

Risulta chiaro che abbiamo attinto in modo massiccio dalle risorse umane e naturali del futuro, in una misura così eccessiva che per la prima volta dopo più di due secoli non possiamo dare per scontato che le persone che verranno saranno più ricche di quanto lo siamo noi. Non solo non abbiamo lasciato nulla ai posteri, ma abbiamo fatto si che probabilmente i loro standard di vita saranno inferiori ai nostri, quando in futuro dovranno ripagare gli interessi degli enormi debiti economici da noi contratti e convivere con imprevedibili cambiamenti climatici.

Eppure saremmo tutti più felici a far qualcosa di buono. Dovremmo fare attenzione alle nostre scelte lavorative e quelle per il nostro tempo libero, così come alle altre scelte di vita. Saremmo più felici se avessimo delle cause comuni per cui batterci.
La Coyle scrive ancora che Ed Diener ha chiesto ai suoi studenti di paragonare la felicità che possono aver provato dopo un’attività puramente adonistica (come andare a una festa) con quella che deriva dallo svolgere un’attività virtuosa come il volontariato: la prima è stata descritta come una cosa divertente, ma che portava a una felicità effimera, mentre la seconda non era divertente nell’immediato ma creava un sentimento di soddisfazione assai durevole. Concordo in pieno: è una soddisfazione talmente diversa, piena, duratura, che aumenta l’autostima, che una volta che l’hai provata difficilmente torni indietro.

Dovremo fare attenzione anche quando prendiamo decisioni sul consumo delle risorse naturali per garantire che le generazioni future abbiano almeno i nostri livelli di benessere e le nostre possibilità di scelta. Troppo facile che nelle ricche democrazie occidentali, a nessuno è stato ancora chiesto di fare sacrifici di cui potesse accorgersi. Se non lo fanno volontariamente, bisogna portare le persone a fare le scelte giuste, ad esempio aumentando il prezzo di alcuni beni o servizi. Il prezzo è un potente incentivo, più silenzioso della retorica delle campagne ambientaliste e più efficace. Ma c’è bisogno di qualche coraggioso che applichi questa mossa, qualcuno che non si fa comprare.
Ad esempio, il prezzo del carbonio deve essere aumentato per trasmettere i costi sociali delle emissioni di gas serra alle decisioni quotidiane di miliardi di persone e imprese. Ciò li spingerebbe a modificare i loro comportamenti. E’ lampante! Eppure è per i più una scomoda verità. Sicuramente lo è per le lobby di cui si diceva.

Potremmo decidere di unirci al movimento del downshifting: conosciuto anche come semplicità volontaria, risale all’inizio degli anni novanta. Il suo manifesto è intitolato “slow down and green up” rallenta e datti al verde. 
Oppure potremmo applicare una stewardship, una corretta gestione per assicurare che le generazioni future avranno almeno quanto abbiamo noi, a livello personale.

In alcuni paesi la disuguaglianza ha raggiunto livelli insostenibili e sta minando la solidità della società e quindi dell’economia. Entro il 1980 circa l’economia convenzionale ha adottato una visione riduzionistica della natura umana, portata al calcolo razionale, individualista, egoista, spesso non sulla base di forti convinzioni, ma per semplice convenienza. Non è che oggi le persone siano diventate più avide che nelle generazioni passate, è che le possibili strade per esprimere l’avidità sono aumentate enormemente.

Scrivono Wilkinson e Pickett ne La misura dell’anima: è un paradosso degno di nota che al culmine dei progressi materiali e tecnici dell’umanità ci si trovi tormentati dall’ansia, soggetti alla depressione, preoccupati di come ci vedono gli altri, insicuri delle nostre amicizie, spinti al consumo e con una vita comunitaria scarsa se non inesistente. Soffrendo della mancanza di contatti sociali rilassati e delle soddisfazioni emotive di cui abbiamo tutti bisogno cerchiamo conforto nel consumo eccessivo di cibo, negli acquisti e nelle spese eccessive o diventiamo preda dell’alcool, degli psicofarmaci e delle droghe illegali… la verità è che la crisi di questa società e la crisi di questa economia sono prodotte dall’aumento della disuguaglianza”. 

John Kenneth Galbraith scrisse che i desideri dei consumatori che vogliono stare al passo con gli altri consumatori “possono essere insaziabili; perché più alti sono gli standard generali di vita, più grandi ancora questi (desideri) diventano”. L’emulazione fa si che la soddisfazione di alcuni desideri ne crei di nuovi. Ci troviamo di fronte al dilemma posto dal fatto che non abbiamo ancora raggiunto un limite preciso che ci possa far affermare che le persone hanno Abbastanza.
Un’ampia parte delle economie più ricche è rappresentata da “beni di esperienza”: educazione, salute, intrattenimento, attività per il tempo libero. Man mano che le persone si arricchiscono, spendono sempre di più in servizi di questo genere piuttosto che non per beni fondamentali alla vita quotidiana.

Come aiutare allora le piccole imprese? Perché il governo non può incoraggiare le piccole imprese con una riduzione delle tasse sui locali che le ospitano? Oggi più che mai vediamo aziende chiudere, persone uccidersi ed essere uccise, lavorator* licenziat*, politic* sfrontat* e corrott*, ma tant’è, se i cittadini ignorano il mondo della politica quanto più possibile, il mondo della politica ignora i cittadini.
Può darsi che il loro lavoro valga di più, ma sono comunque troppi i parlamentari che prendono a modello i banchieri e gli avvocati delle grandi società piuttosto che altri dipendenti del servizio pubblico, come gli insegnanti e i medici.

Dalla nostra che mezzi abbiamo? L’impiego delle tecnologie online! Attraverso le tecnologie è più facile che le opinioni degli utenti vengano conosciute e prese in considerazione, e questo favorisce una trasparenza che cambia i comportamenti. Impariamo ad usare questi mezzi per far sentire la nostra voce, creare rete, portare dei cambiamenti, per essere esempio ad altri. Certo, per cambiare le cose è necessario che le amministrazioni usino effettivamente le informazioni che ricevono, intanto io mi sono memorizzata il numero della Polizia Locale per segnalare via Whatsapp il degrado urbano, vediamo se funziona!

La Coyle conclude scrivendo che il successo delle azioni da lei proposte dipende dall’educazione, dal fatto che le persone ricevano l’educazione necessaria per potersi guadagnare da vivere, partecipare alla vita politica e sviluppare un forte senso di valori condivisi deve essere l’obiettivo centrale dei governi se vogliono gestire l’economia attribuendo la giusta importanza al futuro. E mi tornano in mente le parole di Nuccio Ordine alla presentazione del suo saggio “L’utilità dell’inutile”. L’istruzione, la cultura, la ricerca sono fondamentali, come l’educazione, la civiltà, il rispetto per quello che abbiamo e stiamo sfruttando al limite.

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