Siria… la più grande tragedia di questo secolo non si risolve senza le donne

1620739_10152170728954695_1458749680_nCome è cominciato, quello che oggi dimentichiamo:

La rivolta del popolo siriano contro il regime di Assad è iniziata nel 2011 a Daraa, una zona rurale vicino alla Giordania. Si è diffusa poi a Baniyas e Homs e Talkhalakh, al confine con il Libano. In Siria una legge d`emergenza in vigore dal 1963 vietava qualsiasi assembramento pubblico, quindi il primo appello a scendere in piazza mosso su Facebook da esiliati siriani all’estero cadde nel vuoto.
Ma il 16 febbraio circa un migliaio di manifestanti si radunò in modo assolutamente spontaneo ad Hariqa, un distretto del centro storico di Damasco. Urlavano: “il popolo siriano non verrà umiliato”, in risposta a un poliziotto che aveva violentemente malmenato un commerciante. Il 15 marzo l’appello a manifestare venne accolto da un piccolo gruppo di persone che si radunò ad Hamidiyah, uno dei principali suq della vecchia Damasco. Marciarono per circa 15 minuti, prima di essere violentemente dispersi dalle autorità. Il 18 marzo, ecco che la città di Daraa prese coraggio e scese in piazza per protestare perchè un gruppo di ragazzi della scuola media locale era stato imprigionato dai servizi segreti siriani e trasferito in località non nota, colpevole di aver scritto sui muri della scuolaIl popolo vuole la caduta del regime” e “E` venuto il tuo turno, dottore” (riferendosi al presidente Bashar al Assad). I primi proiettili vennero sparati contro i manifestanti, uccidendone due. Nei giorni successivi, altri colpi vennero sparati ai funerali di queste prime vittime.

A  Daraa su qualsiasi attività gli onnipresenti servizi segreti avevano l`ultima parola, in nome della sicurezza di stato. mappa_repressioneQuesto si traduceva in violazioni, soprusi, arbitrarietà e corruzione dilagante, alla quale certo si aggiungeva una frustrazione particolare nei confronti dei vertici alawiti dei servizi segreti, appartenenti alla confessione religiosa del presidente al Assad e provenienti dall`entroterra di Lattakia.

A maggio 2011 la tensione era alta, soprattutto dopo le torture che erano state inflitte al giovane tredicenne Hamza Al Khateeb, il cui corpo senza vita martoriato ed evirato fu restituito alla famiglia dopo oltre un mese dalla sparizione del ragazzo. La rabbia si era diffusa in tutta la Siria e online, su Twitter apparivano scritte “siamo tutti Hamza al Khateeb” e su Facebook migliaia aderivano ai gruppi intitolati a suo nome.

Dopo una mattanza contro le proteste della popolazione che ha causato oltre 11.983 vittime del regime fino a fine 2013 e più di 80.000 morti (cifre fornite dal Centro di documentazione delle violazioni in Siria – Vdc) e oltre 6,25 milioni di profughi a settembre 2013, fra cui 2 milioni rifugiatisi nei paesi vicini e 4 milioni profughi interni, ora la situazione sul terreno è molto confusa, per uno sguardo occidentale.

Forse ancora non si percepisce molto bene in Italia, ma la Turchia ed altri paesi vicini alla Siria, fra i quali anche l’Iraq dove ancora ci sono ancora attentati, vivono una reale “invasione” da parte dei profughi in fuga e si sono prodigati per accoglierli in scuole e moschee. Ad Istanbul dormono anche all’aperto o in case abbandonate e fino a sera si vedono famiglie intere con bambini piccoli chiedere l’elemosina in centro città. Turchia e Bulgaria sono state invitate ad aprire le loro frontiere per far fronte alla crisi, ma alla Turchia è stato impedito di lasciare entrare i profughi nei paesi dell’Unione Europea, quindi i controlli in aereoporto ed alle frontiere europee sono molto severi – e Amnesty International ha denunciato i paesi europei per questo. In Turchia non è consentito ai profughi siriani di lavorare. In Bulgaria la situazione economica attuale è terribile. La Svezia ha promesso immediato asilo politico ai siriani che raggiungessero i suoi confini nazionali (fosse facile!) e Norvegia e Germania si sono dette disponibili ad accoglierne alcuni: molti profughi siriani quindi progettano di salire sulle carrette del mare, incuranti del rischio, per raggiungere altri paesi europei. Alcune associazioni hanno chiesto un corridoio umanitario che possa facilitare il loro accesso ai paesi disposti ad accoglierli, aprendo le ambasciate di questi paesi nelle nazioni confinanti alla Siria.

La linea rossa che non c’è

Le potenze occidentali da tempo avevano concordato di finanziare e fornire munizioni alle forze di opposizione che si sono organizzate militarmente, senza rimanere coinvolte direttamente nel conflitto, dopo le disastrose esperienze degli interventi in Iraq, Afghanistan e Libia. Il problema era però l’arrivo in Siria di molti combattenti dall’estero.Siria13-622x375

Vicini ad Assad ci sono gli sciiti di Hezbollah venuti dal sud del Libano (ricordiamo che il sud del Libano dopo la guerra con Israele, grazie agli accordi di Ta’if è stato occupato dall’esercito siriano fino al 2005). La Russia e l’Iran sono le potenze estere che lo difendono e pongono il veto ad interventi ONU contro di lui.

Nell’opposizione al regime, oltre all’Esercito siriano libero (Esl) formatosi ad hoc durante le proteste, che è filo-occidentale, combattono il Fronte islamico siriano (Fis), l’alleanza radicale salafita creata nel dicembre del 2012, che riceve finanziamenti dai paesi del Golfo persico, e il Fronte islamico siriano di liberazione (Fisl), un’alleanza islamista. Quindi, le potenze occidentali si sono trovate a sostenere un’opposizione siriana al regime di Assad che è islamista e salafita e che vuole portare la sharia nella società siriana. Oltre a ciò, si rileva sul campo la presenza di gruppi affiliati ad Al Qaeda, proprio quell’Al Qaeda che – dopo l’attacco alle Twin Towers – l’America ha combattuto inutilmente per anni in Afghanistan, fino ad ucciderne il leader Osama Bin Laden recentemente. Il qaedista Fronte al Nusra sta ora minacciando i gruppi Hezbollah anche in Libano, cioè sta allargando la zona dei conflitti, portando in un paese limitrofo attentati con kamikaze.

Il massacro con armi chimiche avvenuto il 21 agosto 2013 a Ghouta (video testimonianza dei medici), a est di Damasco, ha causato centinaia di vittime ed è stato ritenuto un atto di superamento della “linea rossa” da parte di Assad, atto che avrebbe costretto le potenze occidentali ad intervenire. Ma, a parte la conferma quasi immediata che fosse stato usato del gas sarin, che ha ucciso animali e persone soffocandole e contaminato attraverso la pelle anche coloro incaricati di soccorrerli, la sicurezza che fosse stato il regime a lanciare l’attacco non c’era. Obama, dopo avere proclamato il proprio disappunto, ha fatto un passo indietro sull’intervento militare da attuare. E non ha sbagliato del tutto, perchè dopo mesi in cui la stampa si è arrampicata sugli specchi per darne la colpa al regime, a gennaio 2014 è stato rivelato che le armi chimiche sono state lanciate su Ghouta dall’opposizione siriana, dai “ribelli”.

Situazione attuale

Da mesi gli scontri sul terreno sono sempre più feroci, riducendo la popolazione locale a vivere senza elettricità e acqua, senza riscaldamento sotto la neve; i bambini non vengono più vaccinati e vi è epidemia di poliomielite; una delle situazioni recenti più tragiche è stata quella del campo profughi palestinese di Yarmouk dove le persone morivano di fame a causa delle battaglie fra i due eserciti. Solo nei giorni scorsi è stato aperto un corridoio umanitario.

Le potenze occidentali di fronte a questa situazione non sapevano più che pesci prendere, da mesi era in discussione l’idea di smettere di finanziare le forze ribelli che non ottenevano vantaggi reali sul terreno e mettere intorno a un tavolo sia le composite forze di opposizione che i sostenitori del regime. Ora finalmente è in corso la Conferenza di pace detta Ginevra 2 (Ginevra 1 era stato un altro tentativo, fallito, nel dicembre 2011).

Quello che vi sta accadendo lì è attualmente che stanno su posizioni antitetiche. Assad non accetta l’idea di un governo di transizione, così come i ribelli sono contrari ad accettare un accordo che non preveda la sua deposizione. Javad Zarif, ministro degli Esteri dell’Iran, che sostiene il regime, ha aggiunto che “i combattenti stranieri devono lasciare la Siria” perché il conflitto possa risolversi. Un riferimento alle centinaia di uomini che combattono nelle fila delle fazioni ribelli vicine ad al-Qaeda.

“The future of Syria should not exclusively be decided by those who carry guns.”

Al momento fuori dalle sedi in cui si svolge la conferenza di pace vi sono le donne di Codepink che da tempo fanno pressione su Obama per la pace in Siria ed ora manifestano per 3 giorni a Ginevra e Montreux per chiedere che si assicuri la presenza delle donne siriane ai colloqui di pace.

Le donne siriane hanno sofferto molto per questa guerra. Le donne considerate vicine all’opposizione sono state arrestate, torturate e violentate nelle prigioni. Una ricerca di the Women’s Media Center ha raccolto dati sugli stupri e su deliberati attacchi alle donne per motivi politici. Quando un soldato dell’Esercito Libero Siriano veniva catturato dalle forze governative le donne della sua famiglia venivano portate in prigione e violentate davanti a lui. Ci sono anche stati report su donne e bambini usati come scudi umani e ostaggi dalle fazioni in lotta. Nelle zone del nord della Siria controllate da gruppi fondamentalisti come Jabhat al-Nusra, the Nusra Front, e l‘Islamic State of Iraq and the Levant (ISIS) collegato ad Al Qaeda si sta chiedendo alle donne di coprirsi completamente e si limitano le loro capacità di movimento nei luoghi pubblici e si impedisce loro di andare a scuola. Fra i rifugiati, più dell’80% sono donne e bambini. Inoltre, secondo uno studio di U.N. Women nei campi profughi per motivi economici i matrimoni in età precoce sono in aumento e la violenza domestica è in crescita. Alcune famiglie spingono le loro donne nella prostituzione, con lo stratagemma dei matrimoni “corti”, per denaro. Molte donne hanno rischiato la loro vita per portare aiuti umanitari, monitorando i diritti umani e portando interventi di emergenza. Mentre gli scontri continuavano, le donne hanno continuato a costruire la società civile ed ad organizzarsi per il futuro di una Siria democratica. Queste donne hanno ripetutamente chiesto alla comunità internazionale di includere le loro voci nel processo di pace. Le loro richieste specifiche, in inglese, sono descritte in questo articolo. Lakhdar Brahimi, il nuovo Inviato Speciale di ONU e Lega Araba per la crisi in Siria, ha incontrato queste donne molte volte e ha incoraggiato la loro partecipazione come osservatori, ma non era d’accordo nel dare loro un ruolo ufficiale nel processo di pace.

Nel comitato delle donne ci sono rappresentanti delle Donne in Nero italiane, per cui le amiche delle DiN di Padova ci hanno inviato il seguente comunicato, con preghiera di diffusione: vol.pace in Siria

 

 

 

 

 

 

4/02/2014 – Un primo commento a quanto successo a Ginevra 2 è in questo articolo su Osservatorio Iraq: “Ginevra 2″. L’impasse siriana tra negoziati e bombardamenti (parte I)

10/04/2014 la colpa dell’attacco con armi chimiche viene ora attribuita alla Turchia.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *