Indagine sulle “Seconde generazioni”

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

“PARLAMI DI ME. Generi e Generazioni”

Presentazione dell’indagine sulle “SECONDE GENERAZIONI”

promossa dall’Osservatorio Terzo settore della Camera di Commercio e da Arci Padova.

Tempo libero, utilizzo degli spazi pubblici, vita nei quartieri, senso di appartenenza alla città e al gruppo.

 

nuove generazioni

FOTO http://www.blogcliclavoro.it/

Padova, 17 dicembre 2013 – In che modo le nuove generazioni utilizzano e vivono gli spazi urbani a Padova? come percepiscono i quartieri definiti “a rischio” dai media? E i ragazzi e le ragazze di “seconda generazione”, quanto sentono di appartenere alla città, al paese di origine e al gruppo di pari? A rispondere a queste domande e a esplorare la vita quotidiana (tempo libero, consumi, mode, relazioni di genere) di giovani fra i 13 e i 19 anni, sia figli di migranti (70%) che figli di autoctoni (30%), è un’indagine sulle seconde generazioni a Padova, promossa dall’Osservatorio Terzo settore della Camera di Commercio di Padova insieme ad Arci, nell’ambito della nona edizione di “Parlami di Me. Generi e generazioni”, con la collaborazione di Fisppa-Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogica e Psicologia applicata dell’Università di Padova.

Ne emerge, in grande sintesi, che i ragazzi coinvolti conoscono poco la loro città di residenza, lamentano la carenza di spazi di aggregazione, hanno per lo più amicizie multiculturali; con i coetanei condividono le stesse mode e tendenze, hanno le medesime paure verso alcuni quartieri meno sicuri della città, nei quali però si sentono più tranquilli se conoscono il luogo e le “regole”. In particolare, i figli di famiglie migranti negano di subire atti di razzismo e di discriminazione, desiderano la cittadinanza italiana ma non sanno bene cosa serva per richiederla e ottenerla.

Da tutto ciò risalta in misura evidente la necessità di lavorare sull’identità e insieme sul senso di appartenenza dei giovani, fatto che rende l’indagine un interessante punto di partenza per azioni e progettualità future, soprattutto se si pensa che il 21% dei residenti a Padova di età compresa fra 0 e 19 anni ha origini familiari non italiane: è la nuova generazione figlia dell’immigrazione, che rappresenta il futuro della città e una sfida per la coesione sociale.

Attraverso le narrazioni dirette dei circa 50 ragazzi coinvolti – le cui famiglie provengono da Congo, Albania, Serbia, Colombia, Moldavia, Marocco, Nigeria, Romania, Filippine, Somalia, Tunisia…, – si è cercato di valutare l’influenza di molteplici fattori, non solo della provenienza geografica e familiare, sulla vita quotidiana dei ragazzi che vivono o frequentano tre diverse zone della città (centro, quartieri Palestro e Arcella). I tre percorsi di ricerca, riferiti alle tre aree cittadine, hanno portato alla realizzazione di altrettanti video “collaborativi” e di materiale fotografico che vedono i ragazzi parte attiva. La pluralità di metodi impiegati nell’indagine ha inteso coprire il più ampio raggio di linguaggi e modalità di espressione utilizzati nel quotidiano, offrendo loro allo stesso tempo gli strumenti per esprimersi e discutere di temi complessi.

Nel centro storico di Padova l’indagine ha coinvolto circa 30 ragazzi dai 14 ai 19 anni, figli di italiani e migranti, frequentanti piazza Duomo, il Ghetto, le vie e le piazze limitrofe. Si è svolta con il metodo della videointervista e del walkabout: passeggiate durante le quali – secondo un tour suggerito da loro stessi – i ragazzi accompagnati dai ricercatori hanno attraversato i luoghi in cui trascorrono il tempo libero raccontando il proprio vissuto quotidiano (benessere, paure, desideri,…). Emerge, innanzitutto, che le amicizie sono miste e multiculturali, che non vi sono divisioni, né ghettizzazioni o differenze tra figli di migranti e figli di italiani (soltanto una delle nove compagnie incontrate è composta di soli autoctoni): le amicizie sono, dunque, condizionate dalla classe di età, dalla scuola frequentata, dai quartieri di provenienza, più che dalle provenienze nazionali. Lamentata dai più la mancanza di attività ricreative giovanili: l’unico luogo d’incontro indicato è il bar.

Per quanto riguarda in particolare piazza Duomo (zona spesso alla ribalta della cronaca come area di spaccio, risse e furti), i ragazzi qui incontrati dichiarano di non percepirla come pericolosa, a differenza della stazione ferroviaria, giudicata da tutti luogo di disagio e pericoloNon ci sono inoltre differenze tra le paure espresse dai ragazzi di origine migrante e di origine italiana, e spesso queste nascono da discorsi riportati più che da fatti avvenuti che li abbiano visti coinvolti.

Ancora, non risulta conflitto tra diverse etnie giovanili ma piuttosto esiste un certo contrasto intergenerazionale con la popolazione più anziana, come confermano i controlli delle forze dell’ordine sollecitati dai residenti per rumori o schiamazzi (non per atti giudicati più gravi dai ragazzi stessi come lo spaccio), che costringono i ragazzi a spostarsi. Molti giovani di origine straniera, inoltre, lamentano di essere maggiormente oggetto di controlli e di fermi rispetto ai coetanei di origine italiana, anche se nessuno degli intervistati si rappresenta come vittima di razzismo o di atti discriminatori.

Di fatto l’essere discriminato è, per i ragazzi e le ragazze, uno stigma che li inserisce nel gruppo dei perdenti, delle persone che non sanno integrarsi o non sanno difendersi: per questo motivo pochissimi ammettono di subire discriminazioni, pur lasciando intendere, nei loro discorsi, di aver vissuto situazioni di disagio. L’atteggiamento generale è sempre, comunque, incentrato sulla necessità di “farsi rispettare”.

Nel quartiere Palestro le protagoniste del progetto di indagine sono state 10 ragazze dai 13 ai 15 anni, figlie di migranti (tunisini, congolesi e nigeriani) qui residenti. Dopo la partecipazione a un laboratorio dove hanno appreso i rudimenti della ripresa video sono state coinvolte nell’ideazione e nella realizzazione di un video partecipativo sulla loro vita quotidiana. Anche in questo caso, le amicizie risultano differenziate e non limitate alla comunità di origine o al quartiere, luogo vissuto come risorsa di socialità e di esperienze, in cui non emergono divisioni o conflitti dovuti alle origini. Trattandosi di quartiere non sicuro, vige da parte dei genitori il divieto di uscire sole la sera; nonostante ciò, nessuna vorrebbe vivere in centro (considerato quartiere “per anziani”), che resta per loro luogo di shopping.

Per tutte, le mode, gli stili e le preferenze musicali sono gli stessi delle coetanee, con la differenza che le ragazze musulmane di frequente devono mediare tra le richieste familiari e il desiderio di seguire la moda; nessuna di loro indossa il velo.

Interessanti sono i tre tipi di identificazioni culturali prevalenti: una prima che pone l’accento solo sul legame con il Paese d’origine, a volte anche idealizzato (accade in particolare per le ragazze nigeriane e congolesi), una seconda “mimetica” che nega il legame con il Paese d’origine ed enfatizza la cultura e l’identità italiane (succede per le ragazze nordafricane e più simili per aspetto alle coetanee di origine italiana), una terza che non nega né l’identificazione con il Paese d’origine, né con l’Italia (soprattutto tunisine e nigeriane, ragazze ben integrate) e vede la doppia appartenenza come ricchezza. Molte ragazze di origine straniera hanno confidato di aver riflettuto sul proprio sentimento di appartenenza solo dopo averne parlato nel laboratorio proposto dal progetto.

La cittadinanza è vista da loro come un privilegio che vorrebbero ottenere al raggiungimento dei 18 anni, ma allo stesso tempo dimostrano di avere poca consapevolezza rispetto al percorso per ottenerla. Per il futuro desiderano proseguire gli studi e si immaginano lavoratrici, sposate e con figli; ma proprio nei rapporti di coppia emergono aspetti in contrasto con il multiculturalismo delle amicizie e dei modelli di consumo. La maggior parte delle ragazze, infatti, dice di voler scegliere un partner appartenente alla propria religione e, in certi casi, anche alla propria nazionalità di origine: per alcune ciò è necessario per non tradire i desideri espressi dai genitori, per altre è la via più semplice, che consente anche di mantenere un legame con la cultura di origine.

Nel quartiere Arcella, infine, sono stati coinvolti 14 ragazzi e ragazze dai 15 ai 18 anni, sia figli di migranti (Somalia, Nigeria, Marocco, Tunisia, Filippine) che di origini miste e italiane. A loro è stato chiesto di passeggiare nel quartiere (walkabout) e fotografare un luogo gradito e uno non gradito, e di motivarne le scelte. I luoghi di aggregazione individuati come sicuri durante il giorno risultano essere i parchi Piaggi e Fornace Morandi, perché frequentati da famiglie e bambini o controllati da custodi, la parrocchia del Buon Pastore, la chiesa di san Carlo, il centro giovanile Gig e il suo campetto, il Mc Donald (vicino alla tangenziale), la galleria del centro commerciale san Carlo.

I ragazzi affermano di sentirsi sicuri nel loro quartiere e di non avere paura, perché sono conosciuti nella zona e sanno muoversi con attenzione; le ragazze, invece, considerano l’Arcella un luogo insicuro in cui si sentono vulnerabili, ma dichiarano anche di fare appello alle proprie esperienze e di conoscere i posti da evitare per non andare incontro a rischi.I luoghi per loro più insicuri nel quartiere risultano, invece, quelli in cui sono accaduti fatti di cronaca (risse, rapine e omicidi) o quelli più nascosti, come il parcheggio della galleria san Carlo, ma anche altri più visibili come la zona di via Tiziano Aspetti davanti al Bingo, la stazione e le vie restrostanti, oppure perché vi possono incontrare persone più grandi da cui rischiano di essere coinvolti in risse e violenze. In generale, tutti si sentono più vulnerabili durante la notte per l’aumento di malintenzionati e la minor presenza di persone in circolazione.

Rispetto agli altri quartieri, qui all’Arcella i giovani figli di migranti percepiscono di più il razzismo e le discriminazioni, in particolare da parte dei vicini di casa, ma allo stesso tempo sono loro stessi i primi a indicare le altre etnie come pericolose e da evitare. Può considerarsi una sorta di “strategia retorica”, con la quale allontanano da sé lo stigma e cercano di attribuirlo all’altro. Nei fatti, la quotidianità osservata durante la ricerca evidenzia, invece, la presenza nel quartiere di molti gruppi misti e multiculturali, di scambi e ibridazioni fra ragazzi e ragazze di diverse provenienze familiari.

In generale, sia i maschi che le femmine non frequentano il centro città perché lì si sentirebbero meno sicuri, essendo per loro uno “spazio urbano” meno conosciuto e familiare.

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