Eating planet. Nutrirsi oggi: una sfida per l’uomo e per il pianeta. 2012

Se volete leggere la descrizione del libro andate a fondo pagina, altrimenti leggete di seguito la mia “recensione” :)

Partendo dal presupposto – già descritto altre volte – che gli allevamenti da cui proviene la nostra carne sono dannosi per il pianeta, siamo di fronte ad un’altra verità: anche l’agricoltura ha il suo peso, sia per le enormi quantità di cibo sprecate, sia per le emissioni di gas serra (pare un terzo delle globali).
Gli sprechi vanno combattuti dai consumatori scegliendo ad esempio un prodotto piuttosto che un altro, ma anche investendo per impedire quelli (fino al 30% dei raccolti) che avvengono tra il campo e il momento in cui si acquista, e ovviamente il consumatore non è direttamente parte attiva. Ad esempio nei paesi più poveri e bisognosi di cibo, come Africa sub sahariana e Asia meridionale, spesso parte del raccolto alla fine non è commestibile e va perduto per mancanza di risorse (adeguati luoghi di stoccaggio del raccolto, cassette per la frutta, sistemi di refrigerazione e altro).

Anche i paesi ricchi, i veri consumatori, non sono immuni agli sprechi: causa è la disinformazione rispetto alle conseguenze delle loro azioni: hanno troppo di tutto e scartano spesso solo perché la confezione non è integra o leggermente rovinata o il prodotto non è perfetto, oppure comprano troppo e alla fine finisce in discarica.
Per fortuna la sensibilizzazione è in atto e ovunque spuntano movimenti e buone azioni (ad esempio Love Food Hate Waste, Home Grown School Feeding, Corporation for Educational Radio and Television, Nourishing the Planet, Feeding the 5000), sia per il recupero del cibo, sia per la creazione di programmi di aiuto ed educazione alimentare scolastica. Pensate che in alcuni paesi si offre un pasto ai bambini per fare in modo che i genitori siano sollevati dall’impegno di assicurare un pasto, così fanno a meno di loro nei campi e li mandano a studiare.

In agricoltura però non sono solo gli sprechi di cibo a preoccupare: anche l’utilizzo del 70% di acqua dolce e l’uso spesso improprio di fertilizzanti artificiali e pesticidi impattano sul pianeta. Eppure esistono metodi alternativi che rispettano maggiormente l’ambiente, pur mantenendo il raccolto o addirittura incrementandolo. Si studia anche come favorire il consumo di vegetali ad alto contenuto proteico e stimolare la sostituzione della carne, cercando al contempo di favorire l’adozione di tecniche avanzate di raccolta dell’acqua piovana da utilizzare per l’agricoltura.

Contrariamente a quanto pensassi, la regione con il più alto numero di persone denutrite è l’Asia con 578 milioni nel 2010, pari al 62,5%. Ma è da sottolineare che anche nei paesi sviluppati il numero di persone denutrite si è incrementato del 54% nel periodo 2007-2010, salendo così da 12 a 19 milioni. Il paradosso però è la coesistenza di circa un miliardo di denutriti e più di un miliardo di obesi.

La causa pare sia la scarsità di cibi poco nutrienti: nei paesi in via di sviluppo gli alimenti più disponibili sono quelli meno nutrienti e nel mondo sviluppato invece c’è abbondanza di alimenti poco nutrienti, ma molto calorici (cibi pronti, bibite, snack).
Tra le chiavi per risolvere queste disparità, sono citate anche la riduzione degli sprechi lungo la filiera agroalimentare e l’indirizzo degli stili alimentari sensibilizzando non solo dal punto di vista nutrizionale, ma anche culturale. “L’obiettivo è quello di creare consapevolezza individuale e sociale delle scelte alimentari, sono solo prescrizioni in chiave dietetica”.
È importante quindi riavvicinare le persone all’agricoltura, al cibo. Oggi nessun giovane sogna di diventare agricoltore e non acquisisce più come una volta, forse a causa di abitudini e ritmi quotidiani variati, il valore del cibo e l’amore per la cucina. Abbiamo invece bisogno di maggiori quantità di frutta e verdura, cereali integrali e proteine sane, che attualmente i sistemi agricoli non sono incentivati a produrre perché la massa dei consumatori vuole prodotti di scarsa qualità.
Dobbiamo quindi avviare un processo di rieducazione in materia di alimentazione e nutrizione, che riesca poi a fare pressione per influenzare la scelta dei prodotti e delle relative modalità di coltivazione. Se capiamo quanta importanza ha quello che arriva sulla nostra tavola, l’acquisto di generi alimentari e il momento dei pasti potranno diventare essenziali strumenti di cambiamento sociale.

Interessante la visione di Carlo Petrini, presidente di Slow Food: bisogna considerare un investimento il tempo speso per la scelta del cibo perché in tal modo ci si cura della nostra salute e dell’ambiente, ed i soldi utilizzati per l’acquisto, un mezzo di supporto all’agricoltore che rende servizi utili alla società e alla Terra. Chiaro che non si può pensare che possano essere i consumatori da soli a cambiare il mondo con gesti quotidiani, servono pure grandi impostazioni dei governi, trattati internazionali e leggi.
Petrini dice ancora che mangiare è un atto ecologico, paesaggistico, di profondo rispetto per le culture e politico. “E deve diventare un atto sostenibile, perché mangiare è la cosa più direttamente, intimamente collegata (…) con tutto ciò che ci circonda.” È necessario ridare importanza a gesti che ora ci sembrano insignificanti, perché la scelta di cosa mangiare ogni giorno, ha in realtà il potere di cambiare il mondo.

La domanda che farete a questo punto è: cosa dobbiamo mangiare? Corre in aiuto la doppia piramide, alimentare e ambientale, che velocemente ci aiuta a capire cosa dobbiamo prediligere per cominciare a mettere in atto il cambiamento, prima nella nostra vita e poi nel mondo.

I cibi al vertice della piramide alimentare (a sinistra) andrebbero mangiati meno spesso, mentre quelli alla base non dovrebbero mai mancare nella nostra dieta. In pratica è la dieta mediterranea, una delle migliori in assoluto per il benessere fisico e la prevenzione delle malattie croniche, in particolare quelle cardiovascolari.
Lo stile alimentare mediterraneo adottato dagli abitanti di Nicotera in Calabria è stato ritenuto il migliore dallo “studio dei sette paesi” diretto da Keys. Insieme alla popolazione di Montegiorgio (Marche) e della Campania, queste persone avevano “un tasso molto basso di colesterolo nel sangue e una percentuale minima di malattie coronariche, dovuta ad un regime alimentare basato su oliva, pane e pasta, aglio, cipolla rossa, erbe aromatiche, verdura e poca carne”.
Nella piramide ambientale (a destra) invece, i cibi posti in alto sono quelli a più alto impatto ambientale e quelli posti in basso, sono quelli a basso impatto. Ça va sans dire, la dieta mediterranea è anche a basso impatto ambientale!
Esiste anche la piramide per i bambini, perché è importante educarli per contrastare subito la crescente diffusione di patologie dovute all’alimentazione eccessiva e non corretta. Il pediatra Claudio Maffeis ricorda per l’appunto che “i primi anni di vita sono una finestra temporale importantissima nello sviluppo dell’organismo. (…) Mangiare bene durante l’età evolutiva è molto utile perché non solo garantisce un corretto accrescimento e sviluppo nel bambino, ma garantisce una difesa dalle malattie metaboliche e non, che potremmo incontrare nelle età successive”.
Importante sottolineare che in Italia si stima che 1 bambino su 3, tra i 6 e gli 11 anni, abbia problemi di obesità e sovrappeso. Chiaramente non giova che solo 1 bambino su 10 faccia adeguata attività fisica e che la metà dei bambini abbia la tv in camera. Pare che i genitori non percepiscano la gravità del problema.

Curioso che la carne bovina, in cima in entrambe le piramidi, sia l’alimento con la maggiore impronta di carbonio, idrica ed ecologica insieme. Gli ortaggi e le patate invece sono quelli con le impronte minori. Infatti “il menu di carne ha un impatto ambientale tre volte superiore rispetto a quello vegetariano”. Quindi, ancora una volta, mangiare vegetariano è più sostenibile, perché si preferiscono alimenti che sono stati prodotti facendo “il miglior uso dei beni e dei servizi offerti dalla natura, senza danneggiarli.

Il menù vegetariano alla fine riduce in modo significativo anche la quantità di acqua “virtuale” consumata. In media un individuo utilizza dai 2 ai 5 litri di acqua al giorno per bere, ma l’acqua virtuale dei cibi di cui si alimenta varia da circa 1500-2600 litri per una dieta vegetariana a circa 4000-5400 in caso di dieta ricca di carne. Va da se che la maggior parte degli alimenti che dovremmo consumare maggiormente è anche quella che ha un’impronta idrica minore.
Nel testo ci sono le immagini di alcuni prodotti associati alla loro impronta idrica, ad esempio: un foglio di carta A4 equivale a 10, quella di un pomodoro 13, un uovo 135, 100 gr di formaggio a 500, un hamburger 2400 e un paio di scarpe di cuoio 8000. Quindi le nostre scelte hanno un grosso impatto ambientale e un grosso potere.
Pensate che i conflitti per l’acqua potrebbero essere ancora più gravi di quelli che avvengono per il petrolio, anche perché senza petrolio si può vivere, senza acqua proprio no (come senza aria, un giorno potremmo non respirarla più se continuiamo a inquinarla!). Sebbene per noi l’acqua (come l’aria) sia una cosa scontata, cioè non ci preoccupiamo nemmeno, anche perché ci costa davvero poco in confronto all’importanza vitale che ha, c’è nel mondo 1 persona su 6 che ancora non raggiunge gli standard minimi per l’utilizzo domestico. Ed è incredibile che solo nel 2010 l’ONU abbia riconosciuto il “diritto all’acqua” come un diritto umano universale e fondamentale.

Si aggiunga che “i biocarburanti esercitano una forte pressione sull’equilibrio del sistema idrico e sulla biodiversità di alcuni paesi a causa della grande quantità d’acqua (e di fertilizzanti) necessaria per la coltivazione di mais, della canna da zucchero e delle altre colture dalle quali si ricavano”.
È comunque necessario porre un freno alla competizione tra settore energetico e alimentare, evitando che la coltivazione di biocarburanti entri in contrasto con la coltivazione di varietà destinate all’agricoltura, e quindi all’alimentazione umana, causa di un forte rialzo dei prezzi sui mercati alimentari che potrebbe affamare ancora di più la popolazione mondiale.
Ma non ci sono solo i biocarburanti a minare l’acqua. “Si stima che ogni giorno due milioni di tonnellate di rifiuti generati dalle attività dell’uomo siano riversate nei corsi d’acqua” a causa di nuove fasce di popolazione che si affacciano al consumo di massa e quindi alla produzione di rifiuti. Non solo, aggiungo io, anche a causa di aziende che sversano illegalmente nei corsi d’acqua sostanze dannose/tossiche. E quando anche l’acqua rimasta sarà imbevibile?

Una chiave, ma che offre più soluzioni (alla scarsità di cibo per tutti, al forte impatto ambientale, alle malattie croniche), è… rullo di tamburi…. mangiare meno e meglio. Ebbene si, “il messaggio dovrà essere mangiare meno o mangiare questo piuttosto di quello. (…) Ciò che vogliamo è che le aziende adottino comportamenti più responsabili, producano prodotti più sani e smettano di pubblicizzare come sano del cibo spazzatura e di indirizzare le loro campagne ai bambini.
Inoltre “la restrizione calorica senza malnutrizione (intesa quale riduzione dell’introito calorico fino a un limite del 50%, ma con adeguata assunzione di vitamine e sali minerali) risulta essere uno dei più potenti interventi di rallentamento dell’invecchiamento e aumento della durata della vita in molti modelli animali. (…) La restrizione calorica riduce drasticamente (fino a un massimo del 60% in meno) il rischio di sviluppare patologie tumorali.”
E poi attuare delle “sane abitudini familiari, come consumare i pasti insieme, spegnere il televisore durante i pasti e non introdurre un televisore nella stanza dei bambini”. “L’incremento del numero di bambini obesi e in sovrappeso è un fenomeno che si osserva in tutte le fasi dell’infanzia, a partire dai primissimi anni di età. Alla nascita i bambini di oggi pesano di più, in parte a causa del maggior peso delle madri all’approssimarsi dell’età riproduttiva. Quindi vi sono buone probabilità di successo intervenendo sulle donne prima della gravidanza.

Credo che le donne, non solo in gravidanza, ma in tutta la loro vita, abbiano un ruolo fondamentale curandosi per la maggior parte anche della scelta della dieta propria e della famiglia: è la donna la coscienza familiare.
E finalmente anche le donne nei paesi in via di sviluppo possono avere un ruolo attivo a monte, possono avvicinarsi all’agricoltura vera e propria: grazie alla tecnologia infatti non sono più escluse dal passaparola tra agricoltori maschi. Potranno essere educatrici e custodi della terra, ma anche donne d’affari. “Le donne in alcuni paesi costituiscono ben l’80% della forza lavoro agricola, ma sono loro preclusi i servizi di base, tra cui il possesso della terra, l’istruzione e l’accesso alle banche. Ad esempio il Food, Agricolture and Natural Resources Policy Analysis Network sta aiutando le comunità e i policy marker a comprendere i diritti delle donne e a coinvolgerle nei processi decisionali.”
Ma c’è ancora tanto lavoro da fare, come ricorda Vandana Shiva. “Del miliardo di persone affamate, 500 milioni sono produttori di cibo. (…) Abbiamo bisogno della non-violenza, della diversità e delle multifunzionalità che le donne possono conferire all’agricoltura.” Ed è altrettanto importante, non solo per le donne, che il cibo non venga controllato perché “quando si ha il controllo del cibo si ha il controllo delle persone”. Come?, vi chiederete. Il cibo è controllato attraverso il controllo delle sementi, quindi bisogna assolutamente dire no ai brevetti delle sementi e si alla possibilità di coltivare il proprio cibo perché la democrazia inizia dal piatto.
Ovvio che, come ha detto Joaquin Navarro-Valls, “non possiamo pensare di risolvere un problema di cui non vogliamo farci protagonisti, scaricando sui paesi in via di sviluppo la responsabilità e le relative misure.” È ingiusto pensare che lo sviluppo sostenibile debba cominciare dai paesi in via di sviluppo, siamo noi a dover cambiare le nostre abitudini. L’unica via è l’educazione.

In ultima, rilancio, visto che anche il testo lo cita, il discorso del 1968 di Robert Kennedy che io avevo già sentito: benessere e PIL sono due cose distinte, “il PIL misura tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Il benessere di una nazione si misura combinando più indicatori che si focalizzano su aspetti cruciali, dipende anche da attività che non danno luogo a scambi di mercato. Esso “tocca non solo le condizioni economiche, ma anche l’educazione, la salute, la qualità della democrazia, le reti sociali, l’ambiente, la sicurezza”. E dovrebbe essere posta attenzione alla sostenibilità ambientale, in modo da misurare la crescita al netto della distruzione di risorse e dei rischi di cambiamento climatico.

Lo so, l’articolo era lungo… nel frattempo mi auguro vi sia venuto un appetito sostenibile!

 

 

Eating Planet. Nutrirsi oggi: una sfida per l’uomo e per il pianeta
di Barilla Center for Food & Nutrition collaborazione di Worldwatch Institute
Edizioni Ambiente

Nel 1992 l’Earth Summit di Rio de Janeiro pose il mondo di fronte a una nuova idea di futuro, tracciando le linee guida per un diverso modello di sviluppo. Il 2012, anno di Rio+20, è il momento del bilancio. Uno dei temi cardine è, inevitabilmente, quello del cibo. Le speculazioni sui prezzi delle commodity, le “rivolte per il pane” e l’impatto di un clima sempre più imprevedibile sulla disponibilità di risorse alimentari hanno già messo in chiaro a quali scenari la comunità globale dovrà fare fronte. Il nostro modo di produrre e di consumare alimenti è un fattore critico per gli equilibri ambientali, economici e sociali. Con questo primo rapporto internazionale il Barilla Center for Food & Nutrition, con l’autorevole collaborazione del Worldwatch Institute di Washington, propone all’attenzione del pubblico un’analisi assolutamente originale sui trend attuali e sulle prospettive future. Il volume è articolato nei quattro ambiti su cui il BCFN ha sviluppato la propria attività di ricerca (accesso al cibo, cibo e sviluppo sostenibile, cibo e salute, cibo e cultura) e offre contributi di altissimo livello di scienziati, politici, premi Nobel ed esperti di fama mondiale.

Siamo in grado di produrre cibo per tutti gli abitanti della Terra e di distribuirlo con equità? È possibile convertire il settore agroalimentare in chiave sostenibile così da salvaguardare l’ambiente e risparmiare risorse? Quali sono le buone regole per uno stile alimentare sostenibile che mantenga a lungo la salute delle persone? Nelle grandi tradizioni culinarie è possibile riscoprire gli ingredienti indispensabili a un mangiare sano, equo e conviviale?
(…) L’analisi dei problemi e la discussione delle possibili soluzioni sono arricchite dal contributo di esperti e personalità di grande prestigio: Tony Allan, Ellen Gustafson, Michael Heasman, Hans Herren, Alex Kalache, Mario Monti, Aviva Must, Joaquín Navarro-Valls, Marion Nestle, Raj Patel, Shimon Peres, Carlo Petrini, Paul Roberts, Vandana Shiva, Ricardo Uauy.

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