Padova, 8 marzo: la testimonianza di Marta

E’ stata proprio una bella serata, quella organizzata dal movimento “SNOQ” di Padova in occasione della Festa della Donna. Dopo il riuscito flash-mob (addirittura trasmesso su Rai Uno!), tenutosi la mattina presso la scalinata della Gran Guardia a Padova, molte persone non hanno comunque rinunciato all’appuntamento serale: la Sala Anziani del Comune di Padova era piena di persone – non solo donne! – di ogni età e nazionalità. Per me è stato particolarmente interessante vedere nel pubblico anche volti più giovani e oserei anche dire: “finalmente!”.

La serata, moderata da Milvia Boselli, è iniziata col dialogo “Libere” di Cristina Comencini, egregiamente interpretato dalle Padovadonne Daniela Zangara e Agnese Masiero, che di fatto racchiude in mezz’ora tutti i possibili discorsi che si possono fare sul femminismo: cosa è stato e cosa ha lasciato alle nuove generazioni, il ruolo della donna prima ed ora, le difficoltà che incontriamo quotidianamente, che forse sono cambiate o forse sono sempre le stesse. E’ stata poi data voce alla testimonianza delle esperienze di noi donne: penalizzate nella ricerca di un lavoro, sfruttate in lavori pesanti pagati 150 euro al mese, costrette a firmare lettere di dimissioni in bianco per il solo fatto di aver desiderato una famiglia. L’intervento finale di Sara Ventroni del Comitato Promotore SNOQ ha poi concluso la serata spiegando le attività in corso, le difficoltà incontrate ma anche l’entusiasmo a continuare.

Ci sono stati più momenti nella serata in cui mi sono veramente emozionata: le parole di “Libere”, se ascoltate attentamente, sono dei macigni che non lasciano via di scampo a riflessioni ed immedesimazioni personali. Poi c’è stata la testimonianza di Marta, che con semplici e chiari parole ha raccontato la sua esperienza di donna.

Ho chiesto a Marta di poterci inviare il testo che ha letto durante la serata, eccolo:

Buonasera a tutti. Mi chiamo Marta, ho 26 anni. Sono nata e sono residente a Schio, in provincia di Vicenza, anche se adesso vivo a Padova, in un appartamento in via Tiziano Aspetti, all’Arcella con il mio ragazzo. Sono disoccupata, che significa che passo quasi tutto il mio tempo al computer, che posso dire di saper usare bene, a cercare offerte di lavoro su internet. Ma voi vi starete forse chiedendo come faccio a campare lontano dai miei genitori (che sono ancora vivi entrambi eh!), senza un lavoro, dato che non ho vinto all’enalotto, dato che mio padre non è avvocato e mia madre è un’insegnante di scuola primaria (elementari per intenderci), e dato che nemmeno il mio ragazzo ha un posto di lavoro fisso (dice che si annoia!). Ebbene vivo grazie alla pensione di invalidità: incasso la bellezza di 280 euro al mese che mi bastano per fare la spesa, pagare le bollette, comprare alcune medicine, pagare le spese condominiali, e fare anche qualche regalo ai compleanni dei nostri amici. Non vado al cinema, non vado a cena fuori, non mi compro da vestire, non ho la macchina. Così si deve fare. E quando vado a casa mia, a Schio, la mia mamma mi allunga sempre un cinquantone.

Ma la mia pensione io non la sto rubando, non sono una falsa invalida: tre anni fa sono stata operata al cervello per una brutta roba, si chiama MAV –malformazione artero venosa-, l’operazione non è andata bene e mi sono fatta tre settimane di coma farmacologico più quattro mesi di riabilitazione ospedaliera più due mesi di riabilitazione da casa. Ma oggi fortunatamente sto meglio e la situazione, sebbene non risolta, è stabile. Io mi sento spendibile, come giovane e come donna, tanto più che appartengo alle liste delle categorie protette: dovrebbero esserci offerte di lavoro da tutte le parti per me non sicuramente per le mie esperienze che sono le esperienze lavorative tipiche degli studenti, perché mentre studiavo a Venezia ho lavorato come fanno molti giovani, nei ristoranti come cameriera, poi sono stata guardasale per la biennale d’arte e ho fatto anche la promoter (avete presente le signorine che al supermercato vi offrono il caffè?), ma dicevo dovrebbero esserci molte offerte perché sono giovane e posso imparare, perché sono una donna, provate a cercare su google “incentivi lavoro donne” e vedrete quante pagine escono, anzi ve lo dico io: escono 3 milioni e 280mila pagine di risultato, e dovrebbero volermi ancor di più perché sono disabile ma insomma parlo e cammino, no?

E invece in questo anno e mezzo che ho passato a Padova nessuno mi ha assunto perché, io penso, mi mancano delle cose fondamentali per trovare lavoro oggi: le conoscenze. Non conosco nessuno che abbia una ditta o che sia neanche amico di qualcuno che abbia una ditta. Ma non è che io non abbia fatto colloqui. Ne ho fatti moltissimi ma non mi hanno mai preso because  my english is not good enough, o perché c’era un candidato con più esperienza di me o perché –e vi giuro che è vero- ho avuto l’ardire di dire che desidero sposarmi. Ma di questo passo non credo che ci riusciremo…

Stiamo pensando, io e il mio ragazzo, che non appena avremo 3mila euro a testa ci trasferiremo a Berlino, c’è già una mia amica lì, da un paio di mesi e ha già un lavoro: fa la cameriera. Ma sinceramente mi dispiacerebbe andare via dall’Italia, perché alla fine è il posto in cui sono nata, il posto che mi piacerebbe veder risorgere dal torpore in cui pare addormentato. Dovrebbe svegliarsi, e restituirci i nostri diritti: il diritto ad un posto di lavoro decente, il diritto al futuro e alla speranza e, per l’amor del cielo, il sacrosanto diritto a sposarsi e a fare dei figli. Io ci spero ancora. E voi?

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