Inclusività, l’Italia resta un passo indietro

di Silvia Pasqualotto

In Italia sono inclusive solo due aziende su cinque. E anche tra le poche che mettono la diversity in cima ai propri obiettivi si tratta, quasi sempre, di progetti partiti da meno di tre anni. È quanto emerge da una ricerca nazionale che Page Group ha condotto su un campione di 1.202 intervistati, di cui 372 impiegati in società dove sono applicate politiche di diversity & inclusion.

Dalla ricerca risulta, infatti, che l’82% delle aziende non applica pratiche che favoriscono la diversity e la motivazione è, nel 39,6% dei casi, la convinzioni che si tratti di temi poco rilevanti per gli interessi dell’azienda. Secondo il 37,1% degli intervistati invece a bloccare tentativi di inclusione è la difficoltà da parte dei dipendenti di accettare gruppi di persone diversi da loro per religione o per orientamento sessuale. Così anche chi pratica politiche di diversity finisce per farlo solo per rispettare le imposizioni legali (74,2% del campione intervistato) o per non ben identificate “ragioni etiche” (67,4% dei casi).

Ma le aziende sanno davvero che sono significa diversity? A guardare i dati sembrerebbe di no visto che il 60,2% delle aziende intervistate si limita a mettere in atto azioni per evitare la discriminazione uomo/donna in fase di selezione e qualche azione a favore delle diverse nazionalità e fasce di età. E i lavoratori lgbt? Le minoranze religiose? I disabili? Le persone transgender e transessuali? Silenzio assoluto.

Eppure a guardare i dati raccolti da Arcigay solo un anno fa, verrebbe da dire che di politiche pro diversity per queste categorie ce ne sarebbe davvero bisogno. Negli ultimi dieci anni il 13% delle persone gay e lesbiche ha, infatti, visto respinta la propria candidatura a un colloquio di lavoro a causa del proprio orientamento sessuale. Una percentuale che sale al 45% per le persone transessuali. Inoltre più di un quarto dei lavoratori lgbt (26,6%) decide di nascondere il proprio orientamento sessuale, temendo un peggioramento della propria condizione lavorativa o un licenziamento.

Certo, dirà qualcuno, in Italia a questo livello di diversity non ci siamo arrivati visto che combattiamo ancora con un tasso di occupazione femminile bassissimo (46,7% secondo i dati dell’Ufficio nazionale anti discriminazioni raziali – Unar) e con un divario salariale uomo-donna del 7,3% e in continua crescita. Vero. E allora sia benedetta la nostra arretratezza che ci tiene sempre un passo indietro dalla modernità, dal progresso e pure dalla civiltà. «Continuiamo così, facciamoci del male», diceva qualcuno.

 

Questo articolo è stato pubblicato in data 11.01.16 su MAG all’interno della rubrica Diverso sarà lei

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