Dedicato a C. e alle sue lentiggini

Ci sono persone con cui per anni trascorri momenti importanti della tua vita.

Poi, all’improvviso non le vedi più, perché la vita, la stessa che te le ha fatte incontrare, vi separa. All’inizio provi nostalgia e cerchi di tenerti in contatto; poi per qualche strano motivo che non sai descrivere, senti che non è più necessario quel contatto. Decidi così di lasciar andare quella persona che fino a qualche tempo prima ti sembrava indispensabile per la tua felicità. E poi arriva qualcosa di terribile che di colpo ti riporta indietro il ricordo vivo di quella persona e ti fa comprendere quanto sia stata significativa per te, anche se in silenzio.

I nostri erano momenti di allegria, di gioia, di scoperte, di sperimentazioni. Momenti di estati trascorse al mare durante gli anni Ottanta e Novanta, quando ancora non esistevano Facebook, Whatsapp o Youtube, e tutto era respirato come se fosse l’ultima boccata d’ossigeno prima di un’immersione.

Lei era nel gruppo delle “grandi”. Avevamo solo quattro anni di differenza, ma tra otto e dodici anni corre un abisso, come tra dodici e sedici. Io stavo con sua sorella, mia coetanea, anche se non avevamo molto in comune. Ma era l’unico modo per stare più vicina a Lei e poter mettere il naso in quello che io reputavo il suo meraviglioso mondo. Lei era la mia musa, volevo essere come Lei; addirittura volevo essere Lei.

Lei era la più bella delle ragazzine grandi. Non c’era paragone con le altre. Occhi grandi da gatta, sorriso aperto, labbra carnose, capelli scuri e lentiggini sul naso. Oh, quanto adoravo quelle lentiggini! Le volevo anche io, a tutti i costi. Come volevo a tutti i costi vestirmi come Lei. Ma non mi era concesso, io ero una bambina. Lei era grande.

Lei era diversa dalle altre del suo gruppo, a cui interessava solo farsi corteggiare dai ragazzi e tutto quello che ne conseguiva. Le piaceva stare sola a fare le sue cose. Non ho mai saputo quali fossero, ma ero certa che fossero cose strabilianti. Per quello Lei era speciale.

Correvano molte voci sulla sua famiglia, voci da cui era meglio stare lontani. Ma io non ci facevo caso, a otto, dieci, dodici anni neanche capivo cosa volessero dire quelle voci. Per me era importante solo una cosa: volevo essere come Lei. Credo di averlo anche detto alla mamma una volta, e in risposta, se non ricordo male, mi devo essere presa una punizione: quelle non erano persone da cui prendere esempio. Io continuavo a non capire.

Lei mi trattava sempre bene. Era l’unica dei “grandi” che mi dava retta. Mi diceva sempre che avrebbe voluto avere una sorellina bella come me. Io la abbracciavo e le rispondevo che per me era lo stesso.

Poi un’estate non la vidi più. Ormai era grande, per davvero. Le vacanze al mare con la sorella minore e i genitori non erano di certo la migliore aspirazione per una ventenne. E l’estate successiva, non vidi più nemmeno il resto della famiglia. Per un paio di estati sperai sempre di scorgere qualcuno sul terrazzo del loro appartamento; invano. Vendettero e nessuno disse altro.

Senza rendermene conto, la misi nel cassetto dei ricordi che col trascorrere degli anni e delle esperienze si andava riempiendo sempre più fino a farla quasi scomparire.

Finché, in un pomeriggio di festa, una notizia ha di colpo spazzato via tutto quanto soffocava il ricordo di Lei e lo ha riportato in cima, come se nel cassetto vi fosse appena entrato.

Come un tuono inatteso, il dolore ha risvegliato quella bambina che correva in bicicletta sperando di incontrare per caso la sua musa.

Ma Lei, la musa, non c’è più, qualcuno o qualcosa l’ha portata via.

 

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